Gino Blanc

 

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Franca Marri

Geometric Jungle (appunti intorno alla pittura di Gino Blanc)

Il titolo della mostra pare quasi un ossimoro, una contraddizione di termini. In realtà non potrebbe illustrare meglio i lavori più recenti di Gino Blanc, dove ancora una volta egli sperimenta diversi linguaggi per creare nuovi panorami espressivi.
Qui pare di assistere ad un appassionato confronto tra impossibilità ed esigenza di esistere, tra ordine e disordine, razionalità e istinto; come un desiderio che non intende cedere al disconoscimento della realtà e tenacemente resiste; come un racconto interiore ricco di esperienze immaginarie che rifuggono il quotidiano, affermando la loro verità.
Una caratteristica costante dell'artista, presente in queste opere come in quelle precedenti, sta nel creare un gioco di fascinazione e negazione, di attrazioni e allontanamenti, precisione e confusione, in un'originale, vivace dialettica tra figurazione e pura pittura, tra segno e decorazione, tra ciò che è e ciò che potrebbe essere.
Anche le diverse tecniche che ricorrono al collage, alle sovrapposizioni di immagini e materiali diversi, piuttosto che alle velature realizzate attraverso toni differenti suggeriscono queste tensioni contrastanti.
Essendo l'artista egualmente affascinato dall'astratta geometria delle linee e delle forme come dalla densa sensualità dei colori e della materia pittorica,
nelle sue opere è possibile avvertire risonanze pop e richiami all'arte informale, inclinazioni optical ed insieme espressioniste: il tutto in una pittura che può essere considerata postmoderna ma risulta sempre, profondamente viva e, soprattutto, intensamente vissuta.

 

Clarenza Catullo

La visione dell'arte. Quiete dei sensi o ricerca della felicità?


Sebbene siano molti anni ormai che, per piacere e per professione, frequento musei, mostre, gallerie, fiere, artisti e affini, sebbene io pensi di aver visto tutto, succede che ci sia ancora una prima volta.

Una prima volta che, comunque, ha un risvolto duplice. Il primo, estremamente banale ma molto verace che mi accomuna al 90 % del fruitore medio di eventi artistici e che fa si che, al primo sguardo, si liberi il fatidico 'io lo farei molto meglio'……. il secondo, invece, decisamente più importante e significativo che coinvolge lo sguardo, la reazione intima, addirittura la sensazione di disagio di fronte a un'immagine da cui non riesci a staccarti, che ti chiama, ti punta, ti scruta da qualsiasi punto di vista o posizione.

Questo è quello che mi è successo la prima volta che ho visto un quadro di Blanc. Mi ha bloccata, non mi lasciava andare via, ritornavo sempre lì sebbene da un lato e dall'altro ci fossero altre opere di artisti diversi.

L'opera di grandi dimensioni mi affascinava per la gradevole femminilità che emanava nella scelta cromatica compensata, allo stesso tempo, da un forte timbro mascolino evidente nel segno della composizione figurativa.

Su quel quadro sono spesso tornata. Grazie a quel quadro ho conosciuto Gino Blanc e il suo mondo interiore, la sua espressività artistica, la sua cromia quasi perversa in una tecnica di assemblaggio colore-tecnica-supporto che stupisce ogni volta.

Nel caso di Blanc, allora non sono riuscita a farmi un'idea su chi fosse e come fosse. Spesso mi accade di vedere un'opera o di leggere un testo letterario e, alla fine dell'approccio teorico, cerco di immaginarmi come possa essere chi ha fatto quel quadro, o quella foto, o scritto quel tal romanzo. Il mondo di Blanc non aiuta da questo punto di vista. Non c'è nulla nel suo modo di dipingere, nella scelta dei soggetti, nel modo di combinare colori o scegliere i formati delle opere che aiuti almeno un po' a 'vedere' l'artista concretamente, ad intuire il suo essere uomo o donna.

Gino Blanc è indubbiamente un rappresentante del suo sesso, ma l'aspetto più intrigante della sua creatività è che la sua espressione non ha una connotazione chiara, è un intrigante miscuglio di uomo/donna, delicatezza/ruvidezza virile che affascina e sconcerta allo stesso tempo.

Le opere scelte per questa mostra ben rispecchiano il suo modo di essere, il suo mondo interiore e la passione per il colore in un dialogo creativo e ogni volta sorprendente di tecniche e supporti diversi.

Resta ignoto solo il tocco finale, la mano/testa dell'artista che, indipendentemente dalla scelta curatoriale, certamente si presenterà nelle gallerie, ospite attesa ma ancora rinchiusa solo nel sé intimo di Blanc che ci stupirà, ancora una volta.

Questo è Gino Blanc!

 

Eva Comuzzi

Il coinquilino segreto

Non mi piace fare troppe domande, soprattutto quando non conosco le persone. Preferisco stare in silenzio ad ascoltare. Circumnavigare lenta fra le acque di questa laguna paludosa, captarne ogni singola biodiversità. Qui dentro nulla si ripete, tanto meno lo stile. In quanti abitano realmente questo spazio? Sul calendario, un numero indica le tele che dovranno essere ultimate nell'arco della giornata e, subito sopra, la scritta “Buon Vento!” introduce l'immagine di una regata. Mi viene in mente Il coinquilino segreto di Conrad, racconto in cui si narra di un'iniziazione alla vita marinara, ma dove in realtà se ne cela una più profonda e psichica, che porta il capitano ­ di cui non si conosce il nome ­, ad identificarsi con un naufrago, suo sosia. Nemmeno io conosco il nome di questo capitano, anche se dice di chiamarsi Gino Blanc.
Mi parla dei luoghi in cui ha vissuto e che lo hanno inevitabilmente influenzato: Madrid, le Isole Canarie, il Lago di Garda e, non da ultima, Venezia, con i suoi effluvi salmastri. Se ne percepiscono le suggestioni nelle luci cangianti della tela, ora calde e mediterranee, ora fredde e sulfuree. Naviga sicuro nelle sue acque, soprattutto quando queste si fanno vorticose, e le pennellate, come colpi di remi lesti ma decisi, fendono le paste melmose, tracciando percorsi psichedelici e carnali. Una carnalità che trasuda non solo dalla mollezza del colore in rilievo, quanto dalle sagome femminee, che si offrono seducenti e discinte al nostro sguardo rapace. Come quello di Thot, divinità egizia della luna e della magia, metà uomo e metà uccello, che sembra aver trovato nei nostri litorali adriatici, l'oasi ideale per nidificare.

Procede in modo complementare Blanc, svelando e nascondendo, inabissandosi nelle profondità o galleggiando in superficie. Scompone e riassembla oggetti e immagini d'uso comune, mostrandoli nella loro bruta corruttibilità o nella loro pericolosa leggerezza. Ibrida il sacro con il profano, quasi a volerci ricordare che tutte le mostruosità non sono una punizione divina, quanto una sadica creazione umana. E chissà, se all'uomo primitivo, è mai passata per la testa l'idea che un giorno le sue paure avrebbero davvero potuto generare le stesse terrificanti creature che tormentavano i suoi sogni... Che le guerre, le sperimentazioni, le grandi catastrofi ambientali, avrebbero presto convertito queste allegorie in premonizioni. Che sarebbe stata questa la conseguenza del delirio di onnipotenza e del sonno della ragione umana. I mostri. Mostri alla guida del potere e mostri guidati dal potere. Esseri umani prima derisi in grottesche parate carnascialesche e poi rinchiusi, sezionati e infine eliminati come composizioni artistiche degenerate. Proibiti. Il mondo doveva essere bello, la forma, così come la razza dovevano rimanere pure. Lia Graf, questo il nome della nana che Hitler mandò alla camera a gas, mentre lui guardava divertito Biancaneve e i sette nani, suo film preferito. Improvvisamente ho la sensazione che la nave su cui stavamo navigando sia divenuta quella dei folli. L'orizzonte che intravedo mi appare sempre meno nitido e temo che potrei perdermi. Fra le mani, anziché una mappa per orientarmi, mi ritrovo una cartella con referti psichiatrici e disegni di pazienti schizofrenici, mentre una parata di snodate e aggraziate contorsioniste avanza verso me con sguardo fisso e perduto. Gli occhi sono il primo elemento che cattura la mia attenzione. Gli occhi della bambina con i codini e quelli dell'uomo che si svela dalla maschera di gorilla. Occhi che presentano la medesima intensità, la medesima richiesta d'aiuto, che probabilmente nemmeno a Blanc  ­ che mi confida di avere anche un diploma in ottica  ­, devono essergli sfuggite. Sono sguardi annebbiati su un paesaggio convulso i loro. Un paesaggio sul quale sbocciano presepi estemporanei abitati da improvvisati showman e rampanti starlette. Sono questi i nuovi protagonisti dello spettacolo, gli odierni funamboli ai quali Blanc dona una levità ed una ingenuità quasi chagalliane. Sono loro oggi, che per scelta e non per costrizione, sono pronti a rischiare qualunque acrobazia pur di rimanere in bilico sotto fatue luci. Loro che hanno tristemente sostituito l'intima esistenza con una chiassosa esibizione. Che trasformano ogni giorno scatti privati in manifesti cine-circensi da affiggere sul mondo. I nuovi girovaghi. Le nuove generazioni di pagliacci, di uomini elefante o leone; di nani e di giganti che ricamano e montano da soli il loro tendone. Siamo noi, con i nostri gesti enfatizzati, i melodrammi dei social networks, i volti trasfigurati da tossine - che dovremmo espellere più che inoculare -, le nuove generazioni di tenebre umane? Il risultato di quelle impressioni materne che scienza e genetica hanno più volte smentito? Mi lascio alle spalle questa immaginaria e frenetica navigazione e cerco di dare ordine alle mie impressioni. Rifletto su questi egotici zingari mediatici, profanatori del mistero e della seduzione che un tempo l'uomo conservava. Penso al circo di Barnum e al dramma dei suoi mostri, alla visionarietà e ai colori dell'erotismo di Jodorowsky. Penso che ciò che ho appena visto possa essere tutto e il contrario di esso. Che questo continuo movimento non potrà mai dare una reale identità alle cose. Penso al racconto di un medico sui freak, termine più che mai attuale in quanto sinonimo  sia di capriccio che di fenomeno da baraccone. Parla della nostra normalità, sempre più fragile e della nostra mostruosità. Così facile.

 

 

Angela Bianco

“Steel Gate “ così Gino Blanc ha voluto intitolare la sua prima vera personale in un importante spazio pubblico.Questo pesante cancello rappresenta un’entrata a nuova vita, una via di fuga dal passato oppure dobbiamo intenderlo poeticamente come una soglia.“La soglia”, come dice Johann Drumbl “è il confine visto nella prospettiva dinamica del suo superamento, è il luogo della creatività”.Questo titolo è senz’altro un invito ad avvicinarsi alla personalissima creatività di Gino Blanc. Artista difficile da incasellare, che costantemente si reiventa e che non segue un percorso unitario, ma tortuoso, attratto com’è dalla continua sperimentazione e dai numerosi stimoli esterni. I suoi eterogenei lavori si nutrono costantemente di nuova linfa e tale linfa deriva dai sogni e dalle passioni, in una parola, dalla Vita. Condensata, modificata e alterata essa prende corpo nelle figure o forme, spesso spiazzanti, che occupano le sue tele. Ricordi che s’intrecciano con la quotidianità, ma anche con reminescenze più o meno consce di storia dell’arte moderna e contemporanea. L’artista prende a prestito soggetti da tutti questi ambiti plasmandoli in una pittura densa e colorata che spesso sconfina nell’astrazione anche se resta sostanzialmente figurativa.Un mix di visioni personalissime come si osserva nella serie di tele di uguali dimensioni ma dai soggetti svariati, senza nessi apparenti, ma in intimo dialogo tra loro. Così come le due opere Io che prendo il sole, al Lido, con Graziella bianca e Io dopo che ho preso il sole, al Lido, con Graziella bianca dove anche il titolo rivela questa vena intimistica dei lavori ma ci fa apprezzare il lato ironico di Blanc sempre alle prese con la sua parallela vita onirica.Tutta la cosmogonia personale dell’artista vive nell’opera intitolata Empire Uncer, summa di tutte le immagini, le visioni e le idee di cui l’opera di Gino Blanc si nutre. Un vero e proprio collage di quanto fin qui descritto.

 

 

Giulia Ceschel

Il lavoro di Gino Blanc è in continuo mutamento sia nella scelta dei soggetti che nell’ utilizzo del mezzo pittorico. Egli non segue un percorso unitario ma è sempre attratto dalle sperimentazioni. Tutta la sua ricerca è rivolta a rendere vive sensazioni puramente estetiche servendosi della potenzialità della pittura. I suoi dipinti sono per lo più figurativi anche se a tratti sconfinano nell’astrazione. Le immagini che crea sono l’insieme di emozioni interne e suggestioni che provengono dalla complessità del reale. Gli spunti esterni, da cui parte, vengono totalmente modificati nell’atto stesso del dipingere, fino a stravolgere il loro significato originario. In molti suoi dipinti è possibile scorgere una vena ironica, che è anche un modo di osservare il mondo.

"…in un astratto segnale vibra, celata, una luminescenza di certe forme naturali atte a non contenere cose umane…" Graham Sutherland.

 

 

Saverio Simi de Burgis

A very instinct of painting characterizes the pictures by Gino Blanc, even when he uses other media like papers and photos of nice women applied to his canvases which confer to them a very erotic energy. There is a sense of a new order in his paintings reached through a direct perception of the signs and the relative figures melted in some cases, with some strong colors spread out also in different way, sometimes very thick and material, other times in a flat quiet solutions. For this reason in his art there is no difference about the media he can use following his instinctive feeling and also there is not any contrast between figurative or abstract conception of the usual representation you can find in the art history. In his painting, you can recognize the influence of a new German school of Painting, such as the most well-known artists like Sigmar Polke, Jörg Immendorf, and Gerhard Richter, or the youngest Wilhelm Sasnal or Cecily Brown. At the same time you find his love for the art history in general connected to his personal origin from Veneto but also with important links to other traditions he can find along his research and trips in doing art that at the end is very depending to his real life and vice versa, of course, his real life is very connected to his paintings.

Un autentico istinto per la pittura caratterizza la ricerca artistica di Gino Blanc, anche quando egli utilizza altri media come collage di ritagli di riviste o manifesti pubblicitari appositamente inseriti all’interno delle sue tele che comunicano, comunque, sempre, anche quando non è così esplicita, una forte pulsione erotica. Nei suoi dipinti si avverte un’originale concezione di un nuovo ordine che avvertiamo attraverso una diretta percezione dei segni e delle relative immagini combinate pittoricamente: linee e segni tracciati con impeto, colori, quasi sempre di notevole intensità luminosa, stesi sulla superficie della tela con diverse modalità, in alcuni casi raggiungendo una materia spessa e consistente, in altri, invece, ottenendo effetti à plat più rasserenanti. Per tali motivi, nella sua arte, non c’è differenza circa i media adottati che Blanc utilizza seguendo l’ istinto e dove, in tal modo, supera ogni tipo di contrasto antitetico tra una concezione genericamente astratta o figurativa di una comune rappresentazione fino a poco tempo fa ancora così presente e direi vincolante, nella storia dell’arte. Nelle sue opere si possono riconoscere alcuni chiari riferimenti ad artisti noti sulla scena internazionale come Sigmar Polke, Jörg Immendorf, e Gerhard Richter, o i più giovani Wilhelm Sasnal o Cecily Brown; si tratta di citazioni risolte autonomamente, come altri richiami alla storia dell’arte in generale, sia ripresi per un interesse di ambito stilistico legato alle origini venete, che in un’apertura costante ad altre tradizioni che può incontrare nei suoi percorsi di ricerca in cui sempre, in ogni caso, si avverte uno scambio, continuo e per Blanc vitale, tra quotidiano e ricerca artistica, e naturalmente tra ricerca artistica e una realtà da lui vissuta tutti i giorni, connotando così di un’evidente componente esistenziale la sua proposta.

 

 

Nicola Silva

Forme in fieri

La frenetica creatività di Gino Blanc non può essere confinata in uno specifico "medium" né tanto meno ricondotta ad un unico "segno": dipinti e collages, anche di notevoli dimensioni, attestano inconfutabilmente l'eclettismo, la dinamicità e l'insolenza proprie della giovinezza.
Le sue opere lavorano spalancando le porte a nuovi orizzonti, spostando la visuale verso inclinazioni alternative di spazio e di tempo, ricreando uno scorcio poliedrico del mondo esterno che prorompe in un gioco per antitesi non propriamente definito, ma che si potrebbe decodificare al limite tra costruzione e distruzione e tra rigore ed ironia.
I diversi linguaggi utilizzati si articolano in uno stato di comunicazione non logiconarrativo, ma totalizzante e penetrante. Segno, colore, teschi, orologi, ritratti, figure surreali e grottesche più o meno delineate, entrano direttamente, quasi colando, nell'inconscio dell'osservatore, poiché dall'inconscio stesso sembrano esser state determinate.
Blanc elabora i suoi soggetti attraverso lo spostamento progressivo dello stile interpretato come tramite necessario alla FORME IN FIERI completa smaterializzazione degli stessi: l'opera diviene pertanto il luogo eletto alla lettura visiva di temi confusi e contorti e nel quale coesistono, grazie alla deliberata combinazione delle parti, elementi propri della tradizione astratta e quelli più evidenti della figurazione.
Rapide ed istintive pennellate, figure deformate, colori irreali ed assenza di proporzioni e prospettiva, vivono di una contraddizione derivata dall'adozione di una tecnica pittorica di grande qualità formale che lascia trapelare la carnalità assieme sadica e masochistica dell'uso quasi allegorico del colore e dei toni, tramiti ora in grado di rendere la mostruosità di veri e propri grovigli "organici" che, in convulsione, assurgono quasi a metafora di condizione esistenziale.
Uno sguardo ai suoi dipinti si tramuta così in un'esperienza visiva carica di fisionomie lisergiche, dove anche ciò che è compiuto è in continuo divenire.
"Vorrei che i miei quadri apparissero come se un essere umano fosse passato su di essi... lasciando una scia di umana presenza e tracce di memoria di eventi passati" Francis Bacon.